Il fiore sospeso
Qualche giorno fa Maricrì ed io stavamo passeggiando intorno a casa quando, in una siepe verde ben tenuta, abbiamo visto spuntare un fiore azzurro. Non faceva parte della siepe, qualcuno l’aveva lasciato lì, a beneficio di chi avesse voluto coglierlo più avanti.
Mi ha ricordato il rito del “caffè sospeso”, nato a Napoli molto tempo fa: si prende un caffè al bar e se ne pagano due, lasciando un caffè pagato a disposizione di chi non avrebbe potuto permetterselo.
Simili al caffè sospeso napoletano sono alcune altre iniziative di solidarietà, come il “farmaco sospeso” che si trova all’uscita di alcune farmacie, i carrelli di cibo a disposizione di chi ne ha necessità nei corridoi di alcuni supermercati, e altre ancora.
Il “fiore sospeso” che abbiamo trovato quella mattina ha avuto l’effetto di una piccola coccola per la nostra anima, abbastanza oppressa – in questo periodo – dalla constatazione della deriva clamorosa in cui è incorsa la razza umana, oggi più manifesta che mai.
Guardiamoci, amici, amiche. Osserviamo come e dove trascorrono le nostre ventiquattro ore quotidiane e chiediamoci sinceramente: davvero la vita è questo? Davvero ciò che facciamo ha qualcosa a che vedere con il nostro destino? Non con il nostro karma, con ciò che proviene dal nostro passato, ma con la nostra destinazione, con la meta del nostro viaggio personale.
L’essere umano è uno strumento incredibilmente sofisticato (pensate anche solo a quello che accade nel vostro organismo, quando vi nutrite di cibo o di aria, o nel vostro cervello, quando mettete in moto i miliardi di neuroni che vi abitano), e uno strumento sofisticato viene in genere progettato e costruito per effettuare operazioni complesse e articolate.
Quali sono le operazioni complesse e articolate che svolgiamo durante le nostre giornate? Sì certo, molti lavori richiedono delle particolari abilità, dedizione e concentrazione. Ma l’avvento della famigerata AI dimostrerà senza ombra di dubbio che quelle stesse operazioni possono essere svolte meccanicamente da una macchina, probabilmente anche meglio di un essere umano.
E allora cosa ci stiamo a fare qui?
I miti e le leggende dell’antichità parlano dell’essere umano come di una specie intermedia tra il mondo terreno e il mondo divino: dei umanizzati ed esseri umani spiritualizzati popolano alcuni di quei racconti, mostrando che la soglia tra i due mondi era varcabile in ambedue i sensi.
E allora guardiamoci con disincanto (e tralasciando per il momento che noi, abitanti di questa sponda del Mar Mediterraneo, siamo dei privilegiati sullo scenario del mondo).
Abitiamo un pianeta ricco di risorse, e siamo costantemente occupati – come razza umana – a sfruttarlo e inquinarlo.
Abbiamo a disposizione un certo numero di anni, più o meno il triplo di un uomo o una donna del medioevo, e passiamo una gran parte di questo tempo nell’inconsapevolezza, storditi dalle tante “indispensabili” attività della vita moderna: scrollare immagini al telefono, spedire messaggi o interminabili vocali, scattare fotografie che non guarderemo forse mai, trascorrere interi pomeriggi in un centro commerciale, perdere il senno – e a volte il buonumore – per una squadra sportiva …
Senza dimenticare che, per mantenerci all’interno di questo sistema sociale, molti di noi svolgono un lavoro che non ha nulla a che vedere con le proprie inclinazioni, che per raggiungere tale luogo di lavoro passano ore nel traffico, respirano smog, accumulano tensione, a volte vengono travolti da un’ondata di collera …
Mangiamo ogni giorno cibo “lavorato”, pieno di additivi del tutto innaturali, e lo paghiamo il triplo (almeno) di quel che vale perché dobbiamo sostenere la pubblicità che ci spinge a comprarlo (!!!).
L’elenco delle sciocchezze inconsapevoli che pervadono e impregnano la nostra esistenza sarebbe lungo, non vale la pena di soffermarci qui. E ovviamente non sto parlando di tutti, o di tutti sempre. Ma sappiamo tutti bene che la vita moderna ci sta fagocitando ogni giorno di più, che questo scenario – poco o tanto – ci appartiene.
Siamo qui, su questo pianeta, in questo tempo, per questo?
Sì, lo so, sto andando – purtroppo – al di là del già abbastanza costernante titolo di una canzone di Giorgio Gaber (“La mia generazione ha perso”), per dire senza mezzi termini che “la razza umana ha fallito”.
Tuttavia, come sostenevo nel mio recente articolo (Elogio del fallimento), ogni fallimento ha due aspetti: uno doloroso (a volte dolorosissimo) da vivere, l’altro foriero di nuove prospettive.
Ne parleremo nel prossimo articolo.