Elogio del fallimento

Uno strano titolo per questo articolo, vero?! In un’epoca come la nostra, contraddistinta dalla ricerca del successo a tutti i costi, siamo evidentemente davanti a un paradosso, per cui sarà meglio fare qualche riflessione preventiva.

“Non sarebbe certo meglio se agli uomini accadesse proprio quello che si augurano”, diceva il saggio Eraclito più di duemila anni fa.
Se ci pensate, cosa possiamo augurarci, noi esseri umani? Solo qualcosa che riusciamo a immaginare. E possiamo immaginare solo ciò che abbiamo conosciuto, qualcosa che faccia parte della nostra esperienza e che sia stato registrato nella nostra memoria (conscia o inconscia).
Sì, amici, non possiamo immaginare l’ignoto.
Dunque, quando ci auguriamo qualcosa, attingiamo a ciò che ci è già noto, a ciò che la nostra memoria ha immagazzinato come esperienza. E speriamo ovviamente di poter ripetere quelle esperienze che ci hanno fatto stare bene e di evitare quelle che ci hanno fatto soffrire.
È normale che sia così, non c’è nulla di male in sé, ma è evidente che per costruire il nostro futuro stiamo pescando nel passato, no?!

«Successo è solo “accaduto”, è un participio passato», cantava Niccolò Fabi alcuni anni fa. Ecco un termine – successo – che ha assunto nel tempo un significato del tutto diverso da quello originale, fino a diventare un obiettivo quasi imprescindibile per qualsiasi attività umana. Chi tra di noi non amerebbe avere successo, in amore, nel lavoro, in sostanza nella vita?! Eppure anche qui stiamo ravanando nel passato, nel participio passato del verbo succedere, accadere.

Ecco allora che quando ci stiamo augurando qualcosa – cioè quando stiamo cercando di plasmare il futuro secondo i nostri desideri (e le nostre paure) – non riusciamo in genere a far di meglio che proiettare immagini del passato e perseguire obiettivi del passato.
Davvero desideriamo questo?
Davvero questo potrebbe renderci felici? Sì, avere successo dà gusto, ci fa inizialmente godere di un certo appagamento, ma poi? Una volta passata la prima euforia, resta vivo il grande senso di mancanza che ci rende inquieti, che turba il nostro subconscio, che ci fa “sentire” che il grande compito della vita è stato mancato.
Usando un altro termine, fallito.

Nel corso della mia esistenza ho conosciuto molte persone e ho ascoltato le loro storie, in cui c’è in genere un passaggio comune: ogni vero cambiamento, ogni trasformazione profonda – della loro coscienza prima e della loro vita poi – è stato preceduto da una perdita (finanziaria, sentimentale, di salute …).
Questa perdita può essere rifiutata o accettata, e qui sta tutta la differenza tra chi sprofonda nella depressione e chi passa a uno stadio superiore dell’esistenza. Ma … senza perdita del vecchio – cioè di qualcosa che non è più attuale, che ha perso la sua funzione nella nostra vita – non c’è spazio per il nuovo.
Certo, il “nuovo” – il veramente nuovo – spaventa, non è per nulla rassicurante, manda in crisi il nostro sistema di vita. Quando una nuova condizione si affaccia nella nostra vita noi in genere la percepiamo male, con disagio o addirittura con sofferenza. Per questo siamo così inclini a proteggere lo “status quo”, sia quando è confortevole che quando non lo è (e questo, se ci pensate, è un bel mistero!).

C’è ancora un aspetto che va menzionato, in questo mio provocatorio “elogio del fallimento”.
Cosa va in frantumi nel momento in cui le nostre iniziative falliscono? In termini generali si può rispondere: la nostra immagine di noi stessi. Il nostro io persegue i suoi obiettivi, cerca soddisfazione, deve tenere in piedi la “maschera”, l’immagine esteriore che propone al mondo per giustificare la propria presenza sul palcoscenico dell’esistenza.
Quando le cose non vanno bene può anche affiorare il ricordo di tutte quelle persone che, nel corso del tempo, hanno sentenziato «tu non vali niente, sei un(a) buono(a) a nulla, quello che stai facendo non avrà successo – aridaje! – cosa mai credi di fare nella vita …».
A tutta questa gente – in molti casi sono stati purtroppo i genitori – abbiamo cercato di rispondere, più o meno consciamente, e il nostro io ha profuso tesori di energia per “fargliela vedere”. Ma così come era stupido e irresponsabile marchiarci con quei giudizi, così non è sano che la nostra vita si consumi nel rispondere loro.

Noi non siamo solo “il nostro io”, siamo molto più vasti, ampi, soprattutto profondi. Ma dobbiamo scoprirlo. E finché il nostro io e la sua immagine non vanno in crisi, la nostra coscienza resta in superficie, non scende veramente in profondità.
Solo in quelle aree profonde, nel nostro interiore, possiamo trovare il perché e l’affinché della nostra presenza in questa vita.

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